venerdì 23 marzo 2018

MTM. La storia dei “barchini” esplosivi, dalla rivista IL QUADRIFOGLIO - Seconda parte


(...SEGUE)

Maricost ordinò ai miei cantieri due esemplari, il primo dei quali fu collaudato a Varazze nel novembre del 1936. Ad esso, al secondo ed a quelli successivamente costruiti furono ovviamente apportate diverse varianti suggerite dalle prove di impiego, dopo l’allestimento completato a La Spezia con la carica di Kg. 300 di esplosivo. Mentre i primi due esemplari vennero interamente costruiti ed armati qui a Varazze: successivamente fummo solo fornitori degli scafi, mentre la parte meccanica e pirica venne interamente gestita a Milano presso la C.A.B.I. Cattaneo, essendo un loro progetto. I primi barchini esplosivi vennero denominati «M.T.» (Motoscafo Turismo) ed avevano una lunghezza massima di mt. 4,70 che nei successivi venne portata a 5,40, quando venne a cadere per ragioni tecniche la necessità di trasportarli con un idrovolante.

Verso la fine del 1940, d’accordo con Cattaneo, presentammo alla Marina un nuovo progetto di M.T. In esso la lunghezza massima era stata portata a mt. 6,15, il V della carena nei settori prodieri venne approfondito e i gradini eliminati. Con questi buoni accorgimenti, le qualità marine dell’imbarcazione risultarono notevolmente migliorate. Di questa ultima versione ne vennero costruiti circa 100 esemplari ai quali venne dato il nome di M.T.M. (Motoscafo Turismo Modificato). Dopo i primi esemplari, ci occupammo solo della costruzione degli scafi, che venivano mandati nudi a Milano dove erano definitivamente allestiti”.

La versione viene confermata dallo stesso Guido Cattaneo: “Nel 1936 venni interpellato dall’ing. Baglietto, che da anni costruiva gli scafi delle mie barche da corsa, affinchè lo aiutassi a risolvere, per quanto riguardava la parte meccanica e pirica, un problema che gli era stato sottoposto dal Ministero della Marina Militare […]

Il mezzo era destinato oltre che all’attacco di unità navali nemiche, anche al forzamento ed al superamento di sbarramenti portuali, ed in caso di necessità la trasmissione e l’elica, non avrebbero dovuto sporgere dal fondo dell’imbarcazione per evitarle d’impigliarsi nelle reti di sbarramento durante il superamento delle stesse. Essendo poi il barchino, destinato ad essere abbandonato dal pilota in piena velocità ad un centinaio di metri dall’obiettivo, bisognava fare in modo che in questo ultimo tratto non pilotato la traiettoria fosse rettilinea, cosa impossibile da ottenere con un sistema di propulsione tradizionale che, a causa della coppia generata dall’elica, tende a deviare a dritta o a sinistra, a seconda del senso di rotazione.

Fu proprio per risolvere questi problemi che progettai e realizzai la prima trasmissione a ‘Z’ che, per rispondere alle esigenze di minimo ingombro verticale, venne resa brandeggiabile lateralmente in modo che, all’occorrenza, potesse essere completamente sollevata dall’acqua.

Restava ancora da risolvere il problema della coppia generata dall’elica. Dato che per ragioni di peso non potevamo ovviamente montare due motori, risolsi il problema montando sullo stesso piede due eliche coassiali «contro-rotanti» in modo che le due coppie opposte si annullassero vicendevolmente permettendo all’imbarcazione di procedere su di una traiettoria rettilinea, una volta che fosse stata abbandonata dal pilota.

Per la motorizzazione del mezzo la scelta cadde sul sei cilindri Alfa Romeo 2300 che erogava allora circa 90 HP e che, dati i soliti vincoli in altezza, fui costretto a montarlo inclinato rispetto al suo asse longitudinale, con grande scandalo dei tecnici dell’Alfa.

Dopo il collaudo del primo prototipo che avvenne nell’autunno dello stesso anno, restava ancora da realizzare la parte pirica dell’arma che feci in collaborazione con il Col. Petrone della Permanente. La carica di esplosivo (300 Kg. di tritolo) venne sistemata a prua e decidemmo di dotarla di un congegno di innesco idrostatico in modo che non deflagrasse in superficie ma ad una profondità prestabilita. Era infatti preferibile che lo scoppio avvenisse sott’acqua, sia per gli effetti cospicui che ne derivavano sia perchè lo scoppio in prondirà cimentava le parti meno protette delle carene. Per fare in modo che dopo l’urto la carica affondasse rapidamente dotai il barchino di una «palmola» che girava tutt’intorno alla prua e che in seguito all’urto faceva esplodere una “carica trancia barchino” posta subito a poppa dei 300 chili di tritolo. In seguito all’urto contro il bersaglio l’M.T. veniva letteralmente spaccato in due e affondava rapidamente. Raggiunta la quota di taratura esplodeva quindi la carica principale.

Per permettere al pilota di salvarsi predisposi, a mo’ di schienale del posto di guida, uno zatterino rigido che al momento del disinnesto della sicura della carica, prima del lancio contro l’obiettivo, cadeva in mare insieme al pilota e sul quale egli doveva sistemarsi il più rapidamente possibile. Lo scopo della zattera era quello di proteggere il pilota dall’onda d’urto subacquea provocata dall’esplosione, distante soli 50-100 metri, Doveva permettendogli di stare col corpo completamente al di sopra del pelo dell’acqua.

Terminati i collaudi e le prove del mezzo si passò alla realizzazione dei primi sei esemplari. Nell’estate del 1939 essendo venute però a cadere le limitazioni di ingombro e peso, a seguito dei risultati negativi delle prove di trasporto mediante l’idrovolante ‘S 55’, i sei barchini della prima serie vennero modificati: il motore venne sistemato in posizione verticale e la coperta originariamente in tela, fu costruita in compensato come il resto dello scafo.

Si era ormai alla vigilia dell’entrata in guerra, quando mi venne commissionata una seconda serie di 12 esemplari che assieme ai sei già realizzati costituirono il primo nucleo di mezzi d’assalto di superficie che andò quasi totalmente perduto nelle azioni di forzamento dei porti di Suda e di Malta. Verso la fine del 1940 insieme a Baglietto presentammo al Ministero della Marina Militare un progetto per un nuova «M.T.» che, per le sue doti di tenuta di mare, venne denominato « M.T.M. (Motoscafo Turismo Modificato) e che fu costruito in 100 esemplari”.

Quello del “piede poppiero” è un sistema che avrà molto successo negli anni a venire, tanto da essere ancora oggi fra le soluzioni più diffuse ed efficienti. Per gli “addetti ai lavori” è d’altra parte molto naturale collegarla ad un brevetto saldamente gestito dalla Volvo Penta. Il modo in cui dai famigerati MTM della futura X° flottiglia MAS il “piede” arriverà ad essere uno dei cavalli di battaglia dell’industria svedese, è anche troppo facile da immaginare, come conferma lo stesso Cattaneo: “Voi sapete benissimo che abbiamo perso una guerra e tutti i nostri brevetti di interesse militare sono diventati ‘preda bellica’ e la realtà fu che nel 1958 Jim Wynne, allora capo collaudattore alla Mercury, propose a Karl Kiehkafer, un piede poppiero ‘ispirato’ da quello dei mezzi d’assalto della CABI e da lui applicato ad un motore da 70 cv della Volvo. Dopo i test sul famoso ‘Lake X’, Kiekhafer con una decisione che faceva poco onore alla sua mitica lungimiranza, rifiutò l’idea che Wynne propose successivamente in Svezia alla Volvo.

Capitolo a parte riguarda invece la vita operative dei “barchini esplosivi” così come molto più comunemente sono stati chimati I MTM, addirittura dagli inglesi che – almeno una volta – si troveranno a fare I conti con I “Barchinos”. È l’alba del 26 marzo 1941 quando una flottiglia di MTM, guidati dal Tenente di Vascello Luigi Faggioni attacca la flotta britannica attraccata a Suda Bay, sull’isola di Creta.

Sei barchini vengono lanciati dai vecchi incrociatori Sella e Crispi, appositamente equipaggiati per il trasporto degli MTM: a coppie attaccano l’incrociatore HMS York, la nave cisterna Pericles ed un’altra imbarcazione all’ancora. Ad avere la peggio è proprio la York, colpita nei locali caldaia e nella sala macchine e gravemente danneggiata: solo la prontezza dell’equipaggio che la farà adagiare in una secca le permetterà di sopravvivere, con le batterie antiaeree alimentate dal sottomarino HMS Rover. Contrariamente alle previsioni - i barchini non erano lontani dall’essere considerati sistemi di attacco suicidi – tutti gli equipaggi riusciranno a salvarsi, pur cadendo nelle mani del nemico.

L’estrema vulnerabilità degli MTM al fuoco di difesa, non ne fece mai uno strumento infallibile ma, al contrario, verrà presto superato e rimpiazzato da motoscafi siluranti (i celebri MAS) e da altri sistemi d’arma, anche in seguito al fallimento dell’attacco di Malta. Tuttavia, costituendo un metodo economico e rapido per trasportare una grande quantità di esplosivo direttamente verso il bersaglio, non mancheranno le imitazioni, soprattutto da parte della marina Giapponese e Tedesca, che addirittura acquisterà alcuni barchini di fabbricazione italiana.

Oggi sono rarissimi gli esemplari sopravvissuti: se ne trovano a La Spezia, Milano, Trieste… Ironia della sorte, non tutti andranno distrutti. Molti di più verranno riconvertiti all’uso civile: il Motoscafo Turismo Modificato, tornerà così ad essere semplice Motoscafo da Turismo in un’epoca, quella del “Boom” e della “Dolce Vita” che saprà dimenticare in fretta le tragedie della guerra appena conclusa.

(FINE)